Parentopoli e Nepotismo, un pericolo per la democrazia – di Jean Bruschini

Parentopoli e Nepotismo: un pericolo per la democrazia.

IL CAPITALISMO FAMIGLIARE ITALIANO – di Jean Bruschini

nepotismo

La pratica, nata con la chiesa cattolica e diffusasi nel mondo ecclesiastico, fu vietata con la bolla Admonet nos di Pio V nel 1567 e successivamente da un’altra bolla, emessa da Papa Innocenzo XII  nel 1692 per proibire ai papi di favorire i propri parenti. In pratica, il nepotismo proseguì tranquillamente fino al 18° sec. Fino ad allora i papi allevavano e proteggevano i propri figli illegittimi presentandoli come “nipoti” e  concedendo loro proprietà, incarichi e altri favori. Ovviamente tale pratica proseguì anche dopo e si diffuse con il termine che conosciamo.

Avendo fatto voto di castità, i papi non potevano certo presentare i propri figli come tali e ciò era un mezzo pratico per preservare la dinastia papale. Un esempio? Papa Callisto III (Borgia) rese cardinali due “nipoti” ed uno dei due divenne papa col nome di Alessandro VI. La lista sarebbe lunga, quindi evito di elencare tutti i nomi dei successivi “nipoti” resi papi e cardinali, ma vi assicuro che sono davvero tanti.

Al di fuori della Santa Sede, le famiglie politicamente potenti di tutti gli stati del mondo sono sempre state oggetto di aspre critiche per aver favorito parenti ed amici, immettendoli ad alte cariche o per aver concesso loro privilegi di ogni tipo. Anche qui la lista è interminabile e ve la risparmio.Per i cinesi, invece, il nepotismo è un motivo legittimo per essere assunti.Il nepotismo in realtà rappresenta un grave pericolo per la democrazia, poiché esclude gli aventi diritto ad incarichi qualificati. Conoscete forse persone che occupano un posto di lavoro senza averne la qualifica?

La scuola dovrebbe fare eccezione, ma il confine tra meritocrazia e nepotismo è tuttora labile: un’università italiana ha fatto parlare di sé recentemente, quando si è “scoperto” che madri, padri, figli, zii e nipoti sedevano tutti in cattedra nello stesso ateneo.

Non è di certo un caso se i prof degli atenei italiani hanno il bollino dei baroni, altro termine coniato per definire il nepotismo. Cognomi che tornano. Insistenti, negli stessi uffici.In teoria non dovrebbe esserci nulla di strano, la nomina si ottiene superando un concorso, ma quando nella commissione ci sono mamma, papà, zia e zio, allora è tutto più facile.

Con la legge 240 del 2010, stabilendo le “Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento”, la Gelmini provò ad arginare il “virus”, vietando agli aspiranti ricercatori o professori di partecipare ai concorsi dove insegna un parente fino al quarto grado. Legge aggirabile facilmente chiedendo il trasferimento in dipartimenti simili al fine di permettere ai familiari di sostenere i concorsi. Memorabile la denuncia di Alfo Cavallari, procuratore generale della corte d’appello di Messina, riportata a pagina 169 del libro di Felice Froio intitolato “Università: mafia e potere (La Nuova Italia Editrice – Firenze 1973): «L’Università è l’ultimo feudo che trascina la sua esistenza come un relitto storico, un feudo assolutamente ed arbitrariamente dominato da nuclei di novelli baroni. Si distribuiscono cattedre e, quando non bastano, si creano al solo scopo di favorire il neo-privilegiato, mediante il frazionamento dannoso o inutile di altri corsi, ovvero si distribuiscono assistentati o laute borse di studio, in un nepotismo tanto evidente che potrebbe essere anche valutato alla luce della norma penale che punisce lo sfruttamento della funzione per interessi privati.»

Cosa avviene negli altri settori? La stessa cosa, da tempo immemorabile. Basti pensare che nel Belpaese si riuscì a scrivere una legge secondo la quale l’erede del farmacista (benché privo di qualsiasi titolo) aveva diritto di gestire la farmacia dopo il decesso del legittimo titolare (cioè il padre).Nel nostro paese (dati Censis riportati dal Sole24 Ore), il 17,5% dei notai italiani è figlio di notai. E le aziende? Passano di padre in figlio ben 66mila aziende l’anno (siamo un Paese talmente a capitalismo famigliare che nel mondo la metà delle aziende più longeve e “made in mura domestiche” sono italiane, con relativi sindacati di riferimento.

C’è chi sostiene con orgoglio che il passaggio generazionale garantisca il patrimonio di conoscenze. Vero, se non fosse che dietro il nepotismo si nasconde in realtà un medioevale sistema di autoprotezione delle caste e delle corporazioni.Il talento e il merito contano poco o nulla per avere un posto di lavoro in Italia: ecco perché i laureati italiani non vedono l’ora di emigrare. Un “modo italiano di fare le cose” totalmente disonesto e sbagliato che genera frustrazione tra i giovani più istruiti che hanno investito nella cultura.

Minimizzare il problema (o nasconderlo) aggrava la situazione. Secondo l’Economist gli italiani con un alto livello di istruzione che hanno scelto di lasciare il Paese sono 300mila, secondo statistiche Ocse del 2005. Nel 2002 – ricorda il settimanale britannico – un esponente del governo Berlusconi diceva che il problema non esiste, sostenendo che solo 150-300 laureati all’anno lasciano il Paese.

Una ricerca effettuata nel 2004 rivela che, tra gli emigrati italiani, la parte dei laureati è quadruplicata tra il 1990 e il 1998. Nel 1999, secondo un altro studio, 4mila laureati hanno cancellato la loro residenza in Italia. E, secondo la National Science Foundation americana, solo il 17% dei laureati italiani negli Stati Uniti, la meta più gettonata, lavorano nel campo della ricerca e sviluppo. La maggior parte lavorano come manager. Quello che, secondo l’Economist, differenzia l’Italia dagli altri grandi Paesi europei non è il numero assoluto di esuli laureati, ma il fatto che ha un “drenaggio di cervelli” netto, ovvero il numero di italiani istruiti che lasciano il Paese è superiore al numero di stranieri istruiti che vi entrano. Altri Paesi del mondo sviluppato fanno invece “scambi di cervelli”.

Cosa spinge i laureati italiani a lasciare il Paese? Gli interpellati hanno dato due ragioni principali per la loro decisione di lasciare l’Italia. La prima ragione è lo scarso investimento italiano in ricerca e sviluppo. L’altra ragione è “il sistema di reclutamento non trasparente”, considerato come “il più importante e difficile problema accademico in Italia”.

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