La stanza segreta

LA STANZA SEGRETA (dai Diari di Jean)

Jean bruschini

Disteso sul letto, osservavo il soffitto e le ombre proiettate dalle foglie che creavano, muovendosi, strani arabeschi. Il fumo della mia sigaretta, volteggiando, tesseva e animava ulteriormente quei disegni irreali. Costruii una stanza segreta nel mio cervello e mi ci nascosi per star solo e pensare.

Il cigolio del letto dei vicini mi cullava, così come i gemiti che percepivo sommessi. I miei vicini trombano sempre alla stessa ora, ogni mercoledì, non saprei perché. Ho fantasticato molto sul perché, ma alla fine, anche se non me ne frega un cazzo, la mente ci torna.

Dicevo, sono chiuso nella stanza segreta costruita nel mio cervello e sto contando i miei ricordi più lontani. Mi rivedo a 5 anni, ricordo come fosse ora quella bambina austriaca e bionda che mi chiese quanti anni avessi: stesi il braccio e le mostrai le cinque dita. Non si perché i ricordi facciano questi scherzi: ti vengono in mente particolari insignificanti e dimentichi tutto il resto.

Chiudo a chiave la porta della mia stanza segreta.
Ora il mondo è chiuso fuori, oppure io sono chiuso dentro. E’ uguale.
Vorrei accendere una radio, ma la stanza è vuota.
L’unica cosa che si possa fare qui è pensare. Penso. Ricordo.
Eccomi a giocare con la sabbia, il cielo è terso. C’è troppa gente, chiudo il ricordo e passo oltre.

Una volta trombai con una dentro un ascensore, questo ricordo mi piace.

Si chiamava Antonella e abitava al piano sopra al mio, al quarto. Era carina e svampita, mi piaceva tutto di lei ma facevo finta di guardarla appena. Ero timido o forse non me ne fregava un cazzo, non me lo ricordo questo. Quella sera, rientrando molto tardi, la incontrai sul portone e prendemmo l’ascensore insieme. Quella volta la guardai, eccome: aveva una gonnellina corta, girocollo e una scollatura a salvadanaio.

Lei masticava una gomma. La sputò e l’appiccicò sullo specchio dell’ascensore premendo ripetutamente col pollice. Però mi fissava. Con lo stesso dito con cui schiacciò la gomma premette il pulsante STOP e restammo bloccati dentro.  La luce pallida e al neon tremolava, sembrava di stare in una discoteca.

Mi avvinghiai a lei, Antonella, le schiacciai il viso sullo specchio, sulla gomma, e le alzai il piccolo lembo.

Purtroppo non ricordo altro. Sporcaccioni! Non vi dirò tutto il mio ricordo.

Scendo dall’ascensore…

Esco dalla porta della stanza segreta e recupero il mio cervello. Per un po’.

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