Se questo è un Uomo…

Se questo è un Uomo… (da: I diari di Jean)
di Jean Bruschini

 poeta

Viviamo un paradosso storico: il migliore dei tempi e, allo stesso tempo, il peggiore. Mai prima d’ora gli uomini hanno posseduto tanto potere distruttivo! E’ pur vero che le spese militari globali sono diminuite del 40% nell’ultimo decennio del XX secolo, grazie alla riduzione delle forze della Nato dopo la fine della Guerra fredda, a cui però è destinata la maggior parte dei 750 miliardi di dollari che il mondo spende in armi annualmente: questa cifra è cinque volte il debito dei 40 paesi più poveri.

Oggi nel mondo ci sono sette stati che dichiarano di avere armi nucleari, tra cui i cinque che occupano un posto nel consiglio di sicurezza dell’ ONU (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, India e Pakistan).

Si, avete letto bene, nella lista non c’è mai stato l’Iraq, accusato a più riprese di possedere armi nucleari!

Altri paesi, si sospetta, possederebbero l’atomica o gli strumenti per realizzarla.

Quella delle armi è un’industria in crisi che deve reagire cercando nuovi mercati, ed ecco che l’ 80% delle importazioni mondiali di armi viene assorbito da paesi in via di sviluppo.

Prima dell’inizio del disarmo nucleare, il numero degli ordigni nucleari era di circa 70.000 bombe (1985), ridotte forse alla metà oggigiorno, ma comunque sufficienti a distruggere miliardi di esseri umani.

A proposito del progresso scientifico, Levi Montalcini disse: “Quando, con l’andare del tempo, voi scienziati avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale. Bisogna far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell’umanità”. Grazie alla scienza abbiamo debellato malattie, semplificato e allungato la vita, ma vivere di più significa vivere meglio? Non sempre serve inventare cose nuove per migliorare gli uomini, basta guardarci intorno: viviamo nell’epoca delle grandi comunicazioni ma il problema più grande dell’umanità odierna è proprio la mancanza di comunicazione.

Siamo bombardati di false notizie; inquiniamo e distruggiamo gradualmente il mondo che ci ospita rendendolo invivibile. L’ ambiente non è capace di riassorbire una mole eccessiva di sostanze nocive rilasciate e questo, inevitabilmente, ne altera gli equilibri.

Abbiamo scoperto nuovi farmaci, ma stiamo diffondendo veleni che provocano il cancro; l’Oms avverte: tra le prime cause di cancro c’è l’inquinamento.

Un Rapporto della FAO sottolinea come lo sperpero di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno (che corrispondono ad un terzo del cibo prodotto in tutto il mondo) genera non solo enormi costi economici, ma anche ambientali. I costi economici dello sperpero – che includono solo i costi diretti ed escludono dal conteggio pesci e frutti di mare – vengono quantificati in 750 miliardi di dollari all’anno. Si calcola che ogni anno, sempre a livello globale, il cibo prodotto ma non consumato sperpera un volume d’acqua pari alla portata del fiume Volga; consuma 1,4 miliardi di ettari di terreno (il 30% circa della superficie agricola mondiale) ed immette in atmosfera 3,3 miliardi di tonnellate di gas effetto serra. Si tratta di sperperi inammissibili, se teniamo presente che oltre 800 milioni di persone sul pianeta soffrono la fame: un vero genocidio di massa. Ma anche la FAO, Ente inutile e costoso,  crea le sue vittime: Nel 1971, la FAO pubblicò un rapporto che incoraggiava le nazioni in via di sviluppo a sviluppare il mercato dei cereali destinati agli animali, suggerendo a chi produceva prevalentemente riso di passare a cereali inferiori.

Molte nazioni, applicarono quindi la strategia suggerita dalla FAO e passarono dalla produzione di cereali per l’alimentazione umana alle coltivazione per gli animali e della catena di montaggio che si conclude con la produzione di carne bovina. Una simile strategia ha condotto, in virtù anche degli aiuti alimentari concessi in cambio della conversione dell’agricoltura da parte dai governi occidentali, in particolare degli Stati Uniti, a un aumento invece che a una diminuzione dello stato di denutrizione fra le nazioni a basso reddito. La FAO fu fondata nell’anno 1945 con l’obiettivo di risolvere i problemi legati alla fame nel mondo. Dopo circa 70 anni dovrebbe aver raggiunto lo scopo prefissosi: risolvere il problema della fame, ma ha fallito e andrebbe chiusa, visto che i soldi per mantenere uffici e dipendenti potrebbero essere spesi molto meglio. Pochi sanno, e pochissimo si dice al proposito, che due terzi del budget della FAO si perdono in costi di gestione dell’elefantiaca struttura, e solo un terzo è impiegato nell’accrescimento dei livelli di nutrizione e nell’aumento della produttività agricola dei Paesi cosiddetti del «terzo mondo». la FAO, solo nel biennio 2008-2009 ha potuto contare, grazie ai contributi dei 191 Paesi membri, su un budget di 930 milioni di dollari (più 800 milioni di donazioni private) dei quali solo 248 milioni, ossia il 27%, viene destinato concretamente al settore dell’alimentazione e dell’agricoltura. Poi ci sono i danni portati dalla “globalizzazione”, colpevole, tra le altre cose, di far arrivare sulle nostre tavole prodotti alimentari meno sicuri.  La logica del capitalismo ha portato ad una condizione estremamente grave, per cui la ricchezza è sempre di più distribuita inegualmente. La globalizzazione priva gli stati del ruolo di regolatori e garanti degli interessi dei popoli che vivono sui loro territori; essi non sono più in grado di controllare le società multinazionali e spesso cedono alle loro esigenze economiche e finanziarie al fine di conservarle sui propri territori dove sono fonte di occupazione, di imposte, di dinamismo economico. La società dell’informazione sta creando nuove divisioni tra chi ha accesso all’informazione e chi non ce l’ha.

Anche le tecnologie sono oggi un fattore di divisione planetaria. Occorrono politiche per favorire l’accesso alle moderne tecnologie della comunicazione, ma nulla si fa in tal senso.

Ci hanno gradualmente inculcato che con la cultura non si mangia, ma questa ha rappresentato un indubbio vantaggio evolutivo per il genere umano, altrimenti votato all’estinzione.

ben dieci anni fa, nel 2000, al Consiglio di Lisbona si decise che entro il 2010 l’Unione europea avrebbe dovuto a trasformarsi in una “economia basata sulla conoscenza”. “Avrebbe”…ma non lo fa. Questo continente parla troppe lingue diverse e nonostante i nuovi mezzi di comunicazione, siamo divisi da troppe barriere, ben lungi da definirci “Unione”, per non parlare a livello “Internazionale”. In Italia la situazione “culturale” è davvero deprimente: secondo i dati Istat, infatti, nell’80% delle famiglie italiane non entra né un libro né un giornale, i genitori seguono a malapena i propri figli (solo) alle elementari.

La crisi rappresenta attualmente una condizione primaria di tutti gli aspetti della vita: politico, culturale, internazionale, ecologico e finanziario. Con il presente in tumulto, gli artisti hanno un’opportunità unica di sfidare e  re-immaginare il futuro. Ma in un mondo di guerre e carestie, quale è il ruolo dell’artista nella civiltà moderna? Se per cambiare le cose dobbiamo entrare in  politica, allora noi artisti abbiamo il dovere di affrontare la sfida. Via i fuorilegge e spazio ai creativi.

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